I bambini non chiedono che fiducia!

I bambini non chiedono che fiducia!

“L’insegnamento non è solo un freddo passaggio di informazioni, ma è una relazione tra due esseri umani, in cui uno è assetato di conoscenza e l’altro è votato a trasmettere tutto il proprio sapere, umano ed intellettuale.“

(Rudolf Steiner)

 

La fiducia è una cosa seria che si dà alle cose serie – così recitava un vecchio spot pubblicitario. Io aggiungo che la fiducia si dà alle persone serie e i bambini sono tra le persone più serie che io conosca!

Essi sono seri quando giocano, quando ascoltano, quando litigano, quando ricevono uno sgarbo, quando risolvono un problema, quando piangono o vengono traditi. I bambini sono sempre seri.

 

Essi credono, vedono, assimilano, imitano: sono sinceri e si fidano affidandosi alla mano dell’adulto.

I volti dei bambini disegnano ogni emozione: la rabbia, la frustrazione, la gioia, la soddisfazione, il dolore, il piacere, la delusione. Impariamo a leggerle! Un bimbo sa di chi potersi fidare, coglie il trasporto sincero di due braccia che lo accolgono, anche se quel volto non l’ha mai visto prima.

Il bambino sa, percepisce, “sente”, capisce e comprende  perfettamente ogni evento che si svolge intorno a lui; forse il suo vocabolario – in fase di conquista- non gli consente di esprimersi verbalmente ma egli è in grado di superare l’ostacolo e di utilizzare altri strumenti: corpo, sguardo, pianto, riso, gesti e posture, gioco e disegno.

 

I bambini sono il dono della vita, per la vita, per la Storia dell’umanità stessa, sono potenza in divenire, sono esseri unici e preziosi se solo la presunzione e la saccenza dell’adulto non tappa loro le ali.

È giusto avere fiducia in loro, esserci senza invadere, osservare senza sostituirsi, incoraggiarli senza denigrarli quando sbagliano (altrimenti vivono l’umiliazione!), parlargli senza scimmiottare le loro espressioni, salvaguardare l’affermarsi della loro individualità rispettando i ritmi naturali, non deprimere la curiosità che li muove, l’amore per il sapere e soprattutto la loro creatività.

L’adulto è solo il veicolo che permette la conquista della vetta. Lo sappiamo, lo ripetiamo, eppure persistono dei “vuoti pedagogici”.

 

Investiamo dunque nell’Infanzia! Stiamo rischiando di disperdere un dono inestimabile: loro, i bambini, ai quali viene richiesto più o meno esplicitamente, di adattarsi al tempo, mentre dovrebbe essere l’inverso! Soprattutto quando il tempo è dis-umanizzato, frenetico, irrispettoso dei ritmi individuali, dei bisogni di ciascuno. Adattarsi, adeguarsi o emarginarsi: questa purtroppo sembra essere la regola, che andrebbe peraltro a spiegare l’aumento forsennato di diagnosi (con il rischio di annullare l’individualità di una e più generazioni). È il tempo del tecnicismo esasperato, dove il soggetto è al suo servizio.

 

Siamo prigionieri e in balìa di un tempo che non riconosce l’individualità, o forse non la vuole. Eppure la storia della pedagogia, nel corso degli anni, ci insegna che la centralità dell’infanzia è stata oggetto di studi, dibattiti, teorie, osservazioni e conferme. È il caso di rammentare la pedagogia steineriana o scuole Waldorf (primi del ‘900) che misero al centro del progetto educativo-formativo il bambino e la sua crescita armonica, nella convinzione che il sapere autentico non può essere frammentato, che ogni disciplina richiede dignità e autorevolezza. Le attività artistico-creative, quelle manuali, il gioco (con giocattoli non elaborati) meritano lo stesso tempo e spazio delle attività cognitive e intellettuali e alla pedagogia, ovvero “l’arte di educare” si dà grande fiducia, che sentimenti, testa ed emozioni sono un unicum, che il bambino a “scuola non va solo con la testa”.

 

Steiner ha lasciato una grande eredità; la sua teoria, l’antroposofia, che investe ampi ambiti del sapere, non sempre è stata fino in fondo compresa e accolta, spesso considerata pseudoscientifica; ma è certo che a cuore egli avesse l’idea di un bambino protagonista di un viaggio complesso e totale. L’altra certezza di Steiner è stata: l’adulto va formato in profondità per poter educare.

E Montessori? Chi non ricorda quella che sembra piuttosto un’implorazione di attenzione al bambino: “Aiutami a fare da solo!” pur sotto lo sguardo vigile e non intrusivo dell’adulto. E Feuerstein? “Dammi il tempo!”, di provare, fare, sbagliare, riprovare.

 

Insomma di grandi maestri della pedagogia ne abbiamo avuti che hanno lasciato messaggi forti e molti ce ne sono oggi, la ricerca continua, inarrestabile; molti sono coloro i quali pongono al centro il bambino, che hanno fiducia nel potere creativo del suo pensiero, che autenticamente si “pre-occupano” di creare le condizioni perché ciò avvenga. Ma l’impegno deve diventare universale. Gli adulti più vicini al bambino sono i genitori. M’incanto ad ascoltare occasionalmente i loro dialoghi e a volte penso che alcuni non hanno coscienza del potere delle parole per spiegare la vita, il gioco, la relazione, la morte.

 

Le parole incidono sulla formazione del pensiero di un bambino. Perciò non raccontiamo bugie perché “tanto il bambino non capisce!”. Nulla di più falso. Steiner riteneva dannosa la tv e le tecnologie; oggi, probabilmente, anche lui avrebbe dovuto adeguarsi un po’ ai tempi. Ma almeno non esageriamo. Non diamo un tablet al bambino così che non ci disturbi- con funzione di babysitter- non portiamoli nei supermarket ad acquistare giochi che non lasciano spazio alla fantasia, non è neppure necessario acquistare giochi costosi. Non meravigliamoci se di lì a poco quei giochi vengono rotti o dimenticati: sono noiosi!

 

È sufficiente allestire uno spazio della casa per il bambino, con scatole che contengono stoffe, abiti in disuso, colori, carta, libri di ogni tipo, giornali colorati, colla e tutto quel che può sembrare insignificante: state certi che il bambino saprà crearne opere d’arte, si divertirà a simulare, a “far finta di” per superare paure, dando libero sfogo alla sua fantasia. Lasciategli una parete ricoperta di cartoncino per disegnare e scrivere. E appena possibile portatelo ai giardini, nei prati, all’aria aperta, a respirare, correre, cadere, sbucciarsi le ginocchia.

 

Ancora, non dimentichiamoci di parlare con i bambini, di narrare loro le storie, di raccontarci (con le parole giuste), di tramandare le biografie familiari (i bambini di oggi spesso sanno poco delle generazioni che li hanno preceduti). Le biografie e l’anedottica familiare sono preziosi strumenti per comprendersi e crescere: corpo, anima e mente sono un tutt’uno. Essi amano l’affabulazione! Narriamo le storie. Non scimmiottiamo le loro espressioni, se sbagliano ripetiamo la frase senza correggere, con naturalezza. Il cane è un cane e non il bau bau e via così. Sorridiamo loro, non minimizziamo mai, non recidiamo dei fiori che crescono, trattiamoli con la serietà che meritano, perché loro sono seri con noi.

Fiducia nel dono meraviglioso che sono i bambini, le persone più serie che io conosca.

 

Dott.ssa Luisa Piarulli

Pedagogista ANPE

Membro dell’Osservatorio Nazionale Infanzia e Adolescenza

 anpe

 

 

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