Il primo giorno di scuola

Il primo giorno di scuola

Sta per cominciare un nuovo anno scolastico. Chi prosegue sa in partenza che cosa troverà, almeno in linea di massima. Chi, invece, varca la soglia di una scuola primaria per la prima volta, vive emozioni straordinarie che saranno indimenticabili, affronta uno dei primi passaggi che la vita riserva, vive un cambiamento.

Nella mente di genitori e bambini si affollano pensieri, aspettative, timori. I bambini, queste meravigliose creature, sono più audaci di noi adulti e sanno affrontare i mutamenti con maggiore intraprendenza perché l’ingresso alla scuola primaria rappresenta la strada per diventare “grandi”, dove impareranno a leggere e a scrivere bene! Essi hanno già compreso che crescere esige l’acquisizione di competenze e di abilità sempre più ricercate e sono liberi da formule preconcette e da pregiudizi.

Sono le stereotipie degli adulti o addirittura i loro impliciti non risolti (l’angoscia di separazione, un cordone ombelicale che fatica a tagliarsi, vissuti infantili…) che si riflettono negativamente sulla psiche di un bambino e che condizionano la formazione della sua personalità.

Andare a scuola “è bello”, così affermano i bambini. Scelgono lo zaino, il portapenne, i quaderni con le immagini dei loro eroi preferiti, perché essi stessi si vivono come arditi eroi di un’avventura: come sarà la maestra o il maestro? E i compagni saranno simpatici o antipatici? Bravi o cattivi? Ci sarà l’amica o l’amico del cuore? Chissà! Sono elettrizzati e curiosi. E finalmente quel primo giorno arriva. Qualcuno piange e si aggrappa al vestito della mamma o del papà, qualcun altro, impavidamente, avanza senza più badare ai propri genitori. “Andate, andate, io sono grande”.

Tutto resterà per sempre impresso. Insomma, è un grande giorno.

Ciascuno di noi ha memoria di quel giorno: un ricordo sfocato o lucido, un particolare, una sensazione, un’immagine sbiadita. Non dimentichiamocene quando accompagneremo i bambini in quel passaggio della loro vita.

Di questi tempi non c’è l’austerità dei tempi passati. Oggi i nostri bambini sono attesi e accolti da cartelloni, colori, musica e canti, attività ben programmate previste dai progetti di Continuità. Anche i maestri dal canto loro sono emozionati il primo giorno di scuola, forse quanto i bambini e i genitori. Ci sono le attese degli uni e degli altri.

Sarebbe bello allora tendersi la mano reciprocamente, riporre fiducia l’uno nell’altro, da parte dei genitori provare profondo rispetto per una professione tanto umana quanto meravigliosa. Maestri non si diventa per caso: ci sono cuore, mente, studio, esperienza, preparazione. Fidiamoci nell’affidare loro i nostri figli e ne trarranno beneficio anche i bambini che avranno percezione positiva o negativa del nostro atteggiamento e ciò farà la differenza. Maestri e genitori hanno a cuore un unico obiettivo: accompagnare i bambini nel percorso della vita al meglio possibile.

Ricordiamoci poi che la scuola è uno dei luoghi del sapere, ma non il solo. S’impara a scuola, a casa, ai giardini, in palestra, con gli amici, nella solitudine, nella distrazione. Dobbiamo solo garantire armonia, serenità e rispetto perché i bambini sono Persone prima di tutto e non una tabula rasa. Essi hanno già in sé talenti, potenziali, doti che devono semplicemente emergere, scoprirsi, farsi conoscere e darsi forma, visto che il bambino “è il padre dell’Uomo” (Montessori). L’adulto deve offrire luoghi, materiali e strumenti affinché il piccolo possa imparare a conoscersi sbagliando, riprovando, rifacendo, scoprendo, sperimentando. È così che s’impara a com-prendere, a “fare mio”. Non uccidiamo il suo entusiasmo e la sua esuberanza, non spegniamo il fervore da cui è animato, non etichettiamo! Evitiamo attentamente espressioni come “è svogliato! È agitato! È distratto! Non ha imparato ancora a leggere, mentre il figlio della mia amica legge già bene!” Non facciamo confronti e paragoni!

Ogni bambino è un dono prezioso, un cosmo, con il proprio tempo e il proprio pensiero, le proprie fantasie e la propria originalità, insomma, la propria speciale diversità. Gli adulti devono convincersi che è giusto rispettare anche il tempo della noia, un tempo concesso al pensiero e pensare è un grande dono nell’epoca dell’efficienza convulsa. Lasciate loro anche lo spazio legittimo per pensare, sognare, inventare, guardare, fantasticare anche se ciò fa contrasto con la velocità frenetica del nostro sociale. Infine che cos’è la distrazione se non la possibilità, il desiderio di volgere il pensiero in un altrove interessante e curioso. Il filosofo Lévinas scrive che […] la distrazione da sé è l’ingresso dell’infinito nell’esistenza […] è lo sbriciolarsi faticoso della ripetitività in apparenza ineluttabile […] (Lévinas, Etica e infinito, 2012). I bambini sono maestri in questo, assecondare questa propensione è possibile per esempio attraverso la narrazione. Leggere, raccontare storie, narrare, sono modi per non deprimere il pensiero divergente, ovvero creativo del bambino.

Lasciate tempo al gioco libero, è essenziale. I bambini di oggi, è largamente dimostrato dalle ricerche e sostenuto fortemente da studiosi come D. Goleman, sono molto pronti cognitivamente e se proprio dobbiamo parlare di Q.I., che dire, sono anche più intelligenti ma… sono sempre più fragili emotivamente. È in declino l’intelligenza emotiva, una previsione che già a suo tempo aveva avanzato M. Montessori.

 Ai maestri, dopo vari decenni di carriera, suggerisco di non “infierire” nell’assegnazione dei compiti: i bambini imparano anche giocando, danzando, dipingendo, facendo teatro, annoiandosi, leggendo liberamente senza dover redigere noiosi riassunti (i riassunti dei libri imposti soffocano inesorabilmente il gusto” di leggere). Ricordiamoci che […] studiare non è vivere: e vivere è precisamente la cosa più necessaria per poter studiare […]  (Montessori).

I bambini non hanno bisogno di riempire ogni spazio temporale con le più svariate attività che spesso scelgono gli adulti più per narcisismo o competizione.

Inoltre, lasciate loro anche il tempo del conflitto per imparare a gestirlo e a scoprire la bellezza della relazione e dell’Alterità.

Nell’era digitale il dialogo è l’asse portante di questa opera straordinaria, con i bambini e con i maestri, tra maestri e genitori. E poi l’ascolto! Oggi non sappiamo più ascoltare e allora ricominciamo da loro, dai bambini, che vanno ascoltati anche nei loro silenzi, perché i silenzi parlano e a volte sono assordanti. Quelli che chiamiamo “capricci” sono solo altre parole e altri modi per esigere ascolto e attenzione. Impariamo ad ascoltare.

Occorrono impegno, considerazione, rispetto e…modelli educativi per consentire lo sviluppo di una buona infanzia, presupposto di una buona società domani. Cominciamo dal primo giorno di scuola.

Con tutto il cuore…buona scuola a tutti!

 

Luisa Piarulli

Pedagogista, specializzata in Bioetica e in Pedagogia del territorio

Premio nazionale Curcio 2016 per la diffusione della cultura pedagogica

Docente di psicologia e pedagogia

Docente a contratto presso l’Università Cattolica di Milano

Tel. 3338714339 

www.luisapiarulli.wordpress.com

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *