Nella pratica clinica con bambini con disturbo dello spettro autistico, uno degli obiettivi centrali del percorso terapeutico riguarda lo sviluppo della teoria della mente: la capacità di attribuire stati mentali a sé e agli altri, e di comprendere che tali stati guidano il comportamento. Lavorare su autismo e teoria della mente richiede strumenti flessibili, graduabili e osservabili nel tempo.
Un gioco di abbinamento emotivo può diventare proprio questo: uno strumento clinico strutturato, capace di andare oltre il semplice riconoscimento delle espressioni facciali per lavorare in modo progressivo sulla costruzione di inferenze mentali. Ho utilizzato Le emozioni nella borsa di Borgione in tre diverse modalità, che descrivo qui di seguito.

1. Dall’emozione al pensiero
Dopo che il bambino ha abbinato correttamente la tessera al sacchetto corrispondente, il terapeuta introduce una fase obbligatoria di espansione con domande strutturate:
- Perché si sente così?
- Cosa può essere successo?
- Cosa sta pensando?
L’obiettivo è guidare il bambino a collegare tre elementi fondamentali: Evento — Pensiero — Emozione.
Ad esempio:
- Evento: il gelato cade
- Pensiero: “Non ho più il mio gelato”
- Emozione: tristezza
Inizialmente si possono fornire alternative chiuse, per poi passare gradualmente a richieste aperte. L’obiettivo clinico è rendere esplicita la sequenza evento–pensiero–emozione, aiutando il bambino a comprendere che l’emozione non deriva direttamente dall’evento ma dall’interpretazione soggettiva dell’accaduto.
In questa modalità è fondamentale il modeling del linguaggio mentalistico da parte del terapeuta (“forse pensa che…”, “magari crede che…”), così da arricchire il vocabolario interno e sostenere la costruzione della rappresentazione mentale. Si può aumentare la complessità chiedendo al bambino di formulare due possibili pensieri diversi che generino la stessa emozione, lavorando così anche sulla flessibilità cognitiva.
2. Prospettive diverse, emozioni diverse
Mostrando una scena, ad esempio, una festa di compleanno. Si propongono domande quali:
- Perché questo bambino è felice?
- Perché quest’altro è spaventato?
- Cosa pensa uno che l’altro non pensa?
Il compito del bambino non è solo riconoscere le emozioni, ma spiegare perché due personaggi reagiscono in modo diverso alla stessa situazione. Se il bambino tende a fornire spiegazioni centrate esclusivamente sull’evento, il terapeuta introduce una variabile mentale differenziante.
Questa modalità favorisce la comprensione che:
- Persone diverse possono avere credenze differenti
- Le credenze determinano emozioni differenti
- Le emozioni dipendono dalla prospettiva individuale
In una fase più avanzata si può introdurre il concetto di falsa credenza: “Lui pensa che nella scatola ci sia un regalo, ma in realtà è vuota. Come si sentirà quando la aprirà?” Questo esercizio costituisce un passaggio fondamentale nello sviluppo della teoria della mente e nella comprensione della distinzione tra realtà e rappresentazione mentale.

3. Dall’emozione all’intenzione e al comportamento
Dopo aver identificato l’emozione e attribuito un possibile pensiero, il terapeuta chiede sistematicamente:
- Cosa farà adesso?
- Cosa vuole ottenere?
- Come potrebbe reagire?
In questo modo si introduce il concetto di intenzione come ponte tra stato interno e azione osservabile. L’attività diventa predittiva e non più solo descrittiva: il bambino viene guidato ad anticipare il comportamento altrui sulla base dello stato mentale attribuito.
Con il progredire dell’intervento, il terapeuta può ridurre gradualmente il prompting e osservare l’emergere spontaneo di inferenze mentali, l’uso autonomo di termini mentalistici e la coerenza tra emozione attribuita e intenzione ipotizzata.
Tre modalità, uno strumento clinico flessibile
Attraverso queste tre modalità (dall’emozione al pensiero, dalle prospettive differenti alla falsa credenza, dall’emozione all’intenzione comportamentale) un semplice gioco di abbinamento emotivo si trasforma in un dispositivo clinico strutturato per lavorare sistematicamente sui processi di mentalizzazione in bambini con autismo e teoria della mente come focus terapeutico.
Affinché l’attività sia efficace, è opportuno:
- Procedere per gradi, dal riconoscimento percettivo all’inferenza mentale
- Utilizzare supporti visivi strutturati
- Integrare modeling e role-playing
- Mantenere routine prevedibili
- Adattare il livello linguistico al profilo del bambino
Spostare il focus dal “riconoscere un volto” al “comprendere cosa accade nella mente dell’altro” consente di intervenire su uno dei nuclei centrali delle difficoltà socio-cognitive nei bambini con disturbo dello spettro autistico.
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